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Chi ci ruba l’acqua

Come le grandi aziende energetiche si arricchiscono sfruttando un bene comune, nel silenzio complice della politica — e a spese di tutti noi

C’è una questione che riguarda tutti i cittadini italiani, proprietari di casa e non. Riguarda l’acqua: un bene che appartiene alla collettività, che scorre nei nostri fiumi e alimenta le nostre montagne. Da decenni, alcune tra le più grandi aziende energetiche del paese la usano per produrre energia e intascarne i profitti, pagando alle regioni — cioè a noi — canoni irrisori. Lo fanno grazie a concessioni prorogate otto volte in quarant’anni, da governi di ogni colore, sempre con la stessa logica: rimandare, non decidere, accontentare i potenti.

L’acqua è nostra. Ma i profitti no.

Il 15 per cento di tutta l’energia elettrica prodotta in Italia viene dall’acqua che muove le turbine delle centrali idroelettriche. Le aziende energetiche usano questa acqua — che è un bene pubblico, patrimonio di tutti — in cambio di un canone pagato alle regioni. Un meccanismo che sulla carta sembrerebbe equo. Ma i numeri raccontano una storia diversa.

50–80%
I margini operativi lordi nel settore idroelettrico, dichiarati dal presidente dell’Antitrust Roberto Rustichelli in audizione al Senato. Per confronto: una piccola impresa manifatturiera arriva a malapena al 10%.

Enel, stando alle stime di Federico Testa, presidente di AGSM AIM, incasserebbe solo in Veneto circa 800 milioni di euro all’anno tra concessioni idroelettriche e distribuzione elettrica. Alle regioni — cioè ai cittadini — ne arriva una frazione minima.

In Italia ci sono quasi 5.000 centrali idroelettriche. Le regioni più ricche di impianti sono Piemonte, Lombardia, Trentino-Alto Adige e Veneto. La Lombardia da sola concentra quasi un terzo della potenza idroelettrica nazionale. Ma le royalty che le comunità locali incassano in cambio di questo sfruttamento sono spesso ridicole, ferme a valori contrattati decenni fa.

Storie di casa nostra: la Valle Seriana e il fiume Serio

Per capire davvero come funziona questo sistema, non serve guardare lontano. Basta risalire il fiume Serio, nel cuore della Bergamasca, fino all’Alta Valle Seriana. Quello che troviamo lì è uno specchio perfetto di come l’Italia abbia regalato per un secolo le proprie acque agli interessi privati.

Le fabbriche tessili e le “loro” centrali

Tra la fine dell’Ottocento e gli anni Venti del Novecento, gli industriali tessili bergamaschi scoprirono che l’acqua del Serio poteva fare due cose insieme: muovere i telai e, trasformata in corrente elettrica, alimentare gli stabilimenti. Così, uno dopo l’altro, si costruirono le proprie centrali idroelettriche lungo il fiume, ottenendo dallo Stato concessioni di derivazione dell’acqua pubblica.

Il caso più emblematico, e più direttamente legato a Ponte Nossa, è quello dell’industriale milanese Giuseppe Frua. Nel 1909 acquistò il Cotonificio Bergamasco di Ponte Nossa — già allora uno dei più grandi stabilimenti della valle — e nel 1922 volle la costruzione di una centrale idroelettrica ad Ardesio, in località Ludrigno, per potenziare i propri telai dieci chilometri più a valle lungo il Serio.

Non era un caso isolato. Lungo l’asta del Serio, nello stesso periodo, sorsero le centrali dei Crespi a Gandellino e Gromo per alimentare lo stabilimento tessile di Nembro; la centrale di Casnigo con i suoi due edifici e due gruppi di turbine; la centrale Albini a Gromo, collegata all’intero sistema di canalizzazioni della valle. Una vera e propria catena privata di sfruttamento dell’acqua pubblica, realizzata nell’arco di pochi anni da una manciata di famiglie industriali.

▪ Il paradosso storico · Valle Seriana

Dopo vent’anni dall’entrata in vigore del Testo Unico sulle acque del 1933, nessun comune della Valle Seriana aveva ancora ottenuto la quota di energia che la legge riservava loro. In tutta la provincia di Bergamo, il solo comune di Ardesio era riuscito a strappare alla ditta concessionaria — la De Angeli Frua — un misero quantitativo di corrente per accendere i lampioni. Il comune chiedeva l’elemosina. La ditta incassava.

Cosa è rimasto: la fabbrica chiuse, le turbine no

Il Cotonificio Bergamasco di Ponte Nossa cambiò più volte nome nel corso del Novecento: divenne De Angeli Frua, poi Cotonificio Cantoni. Per decenni fu una realtà industriale strategica per l’intera Valle Seriana, con migliaia di dipendenti. Poi, nel 2004, arrivò la chiusura definitiva. Un’area di oltre 75.000 metri quadrati rimase abbandonata per quasi vent’anni.

Le turbine, invece, non si fermarono. La centrale idroelettrica costruita da Frua per alimentare i telai continuò a girare — e a produrre energia, e a generare profitti — indipendentemente dal destino dello stabilimento che avrebbe dovuto servire. Oggi quella centrale è di proprietà di Enel Green Power.

Nell’area dell’ex Cantoni a Ponte Nossa, la riqualificazione è diventata un cantiere lungo due decenni. Tra i soggetti della partnership figura la società Sides, indicata esplicitamente come proprietaria della centrale idroelettrica ancora attiva sul Serio. La fabbrica è sparita. Le turbine restano. La via principale ad Ardesio si chiama ancora via Frua, in onore dell’industriale che la costruì oltre un secolo fa per i propri interessi.

La storia della Valle Seriana non è un’anomalia bergamasca: è lo stesso schema replicato in tutta Italia. Le grandi industrie del primo Novecento ottennero dallo Stato concessioni per derivare acque pubbliche, costruirono centrali e le gestirono per decenni come fossero proprietà private. Quando le fabbriche chiusero, le concessioni rimasero. E con esse, i profitti.

 


Cent’anni di favori: la storia delle proroghe

Tutto cominciò nel 1933, quando lo Stato firmò le prime concessioni per 60 anni, una durata giustificata dalla necessità di ammortizzare gli enormi investimenti iniziali per costruire dighe e impianti. Sessant’anni dopo, quegli investimenti erano abbondantemente rientrati. Ma invece di fare nuove gare, la politica ha scelto di prorogare. Ancora e ancora. In tutto otto volte in quarant’anni.

▪ La cronologia delle proroghe — nessun governo è innocente
1999
Gov. D’Alema
Il «decreto Bersani» liberalizza il settore dell’energia ma proroga le concessioni fino al 2010, e quelle di Enel addirittura fino al 2029.
2006
Gov. Berlusconi III
La legge finanziaria introduce una proroga decennale, spostando la scadenza dal 2010 al 2020, in cambio di canoni aggiuntivi definiti «minimi».
2010
Gov. Berlusconi IV
Nuovo rinvio, senza particolari condizioni.
2018
Gov. Gentiloni
Il «decreto semplificazioni» porta con sé un’altra proroga, pochi mesi prima delle elezioni.
2020
Gov. Conte II
Nel pieno della pandemia, il «decreto Covid» viene usato anche per rinviare ulteriormente le scadenze delle concessioni.
2022
Gov. Draghi
Ennesima proroga. Paradossalmente, lo stesso governo che prometteva all’UE di fare le gare inserendole nel PNRR.

Il risultato di questa sequenza è che in Italia la durata media delle concessioni idroelettriche è di circa 70 anni. Alcune superano i cento anni. Un privilegio che nessun piccolo proprietario di casa si è mai sognato di ricevere.

I soldi che non arrivano: canoni non pagati e regioni svuotate

Ma c’è di peggio. Non solo i canoni sono storicamente bassi. Molte aziende energetiche hanno smesso persino di pagarli, usando l’incertezza normativa come pretesto per sospendere i versamenti alle regioni.

337 M€
Il totale dei canoni non pagati stimato tra Lombardia (207 M€), Piemonte (100 M€) e sola provincia di Belluno (30 M€). Sono soldi pubblici che potrebbero finanziare ospedali, strade, scuole e servizi.

Questi profitti finiscono a incrementare i guadagni di Enel, Edison, Iren, A2A — aziende con azionisti ben noti: lo Stato italiano (23,6% di Enel), i Comuni di Milano e Brescia (A2A), i Comuni di Genova, Torino, Reggio Emilia e Parma (Iren). Una catena di conflitti di interessi che spiega perché la politica, di qualunque colore, abbia sempre trovato più comodo rinviare che decidere.

Il parallelo con le case: un meccanismo che conosciamo bene

Chi segue le attività di APPC sa bene cosa significa essere dalla parte sbagliata di un sistema squilibrato. Il piccolo proprietario di casa conosce perfettamente la pressione fiscale, gli obblighi normativi, gli adempimenti burocratici, le spese di manutenzione, le tasse sugli immobili anche quando sfitti. Sa cosa vuol dire dover rispettare ogni regola, ogni scadenza, ogni norma — mentre altri, ben più potenti, ottengono deroghe, proroghe, trattamenti di favore.

Il meccanismo delle concessioni idroelettriche funziona esattamente allo stesso modo. Un bene pubblico — l’acqua — viene affidato a privati in cambio di un corrispettivo. Se il corrispettivo non viene aggiornato, se le gare non si fanno, se le proroghe si accumulano, il risultato è una rendita di posizione che arricchisce pochi a danno di molti. Come i balneari — ma più grossa, e meno raccontata.

L’Europa chiede le gare. L’Italia risponde con un’altra proroga

La Commissione Europea ha aperto una procedura di infrazione contro l’Italia per il mancato rispetto delle norme sulla concorrenza, inviando tre lettere formali di richiamo. Solo nel 2021, con il governo Draghi, l’Italia promise di organizzare le gare, inserendo questo impegno tra gli obiettivi del PNRR.

Oggi le gare non si stanno facendo. Il governo Meloni ha proposto una cosiddetta «quarta via»: rinnovare le concessioni senza gara, in cambio di canoni più alti e piani di investimento. Una soluzione che l’Unione Europea ha finora respinto. L’unica regione che è riuscita ad avviare procedure di gara è la Lombardia, con tre concessioni in fase istruttoria. Quando i tecnici regionali hanno aperto i libri contabili, ci sono rimasti di stucco: i ricavi erano molto più alti di quanto chiunque si aspettasse.

Cosa possiamo fare noi

La battaglia per le concessioni idroelettriche è anche la nostra battaglia. Come associazione che rappresenta i piccoli proprietari, siamo abituati a difendere i diritti di chi non ha lobby potenti alle spalle, di chi deve rispettare le regole senza potersi permettere eserciti di avvocati o amicizie nei palazzi della politica.

Su questa vicenda chiediamo chiarezza e coerenza: le stesse regole per tutti. Se il piccolo proprietario di casa deve rispettare ogni scadenza fiscale, ogni norma urbanistica, ogni obbligo di manutenzione — allora anche le grandi aziende energetiche devono farlo. Devono pagare canoni equi, partecipare a gare trasparenti, smettere di sfruttare un bene comune come se fosse di loro proprietà esclusiva.

Il caso della Valle Seriana ce lo insegna bene: quando la fabbrica chiude, restano le famiglie, i lavoratori disoccupati, le aree abbandonate. Le turbine, invece, continuano a girare — e i profitti a scorrere, come l’acqua del Serio.

L’acqua appartiene a tutti.
È tempo che i suoi profitti tornino a tutti.

Foto di copertina:
Fotografia del Reparto Fotografico Breda dal sito www.lombardiabeniculturali.it

 

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